Infanzia, Neuroscienze e Genitorialità
Genitorialità

Essere genitori oggi: tra consapevolezza e fiducia

Una madre seduta su una barca tiene per mano il figlio piccolo sulla riva di un lago al tramonto

Togliendomi per un momento il caschetto da psicologa, mi rendo conto di quanto essere genitori oggi sia diventato complesso.

Siamo costantemente esposti a messaggi, consigli e linee guida — provenienti da professionisti o da voci più informali — che, con le migliori intenzioni, diffondono conoscenze sull’importanza dello sviluppo, dell’attaccamento e dell’educazione emotiva. Anche noi, in questa pagina, cerchiamo di contribuire a questo processo di consapevolezza.

Eppure, a volte mi chiedo se, in questa preziosa abbondanza di conoscenze e consigli, non rischiamo di perderci un po’.

In pochi decenni siamo passati da un’epoca di quasi totale silenzio sul tema della genitorialità a una di iper-esposizione mediatica, dove ogni gesto o parola sembra dover rispondere a un ideale educativo. Il risultato è una generazione di genitori attenti e informati, ma spesso insicuri e ansiosi, preoccupati di “fare tutto bene”.

Questa iperconsapevolezza affonda le radici anche nella storia personale di molti di noi. Siamo figli di adulti che, pur amandoci profondamente, non disponevano del linguaggio emotivo né della sensibilità relazionale che oggi riteniamo fondamentali. Molti sono cresciuti in contesti in cui l’ascolto era limitato, le emozioni difficili venivano represse e il modello educativo era prevalentemente autoritario.

Abbiamo imparato presto ad adattarci, a controllarci, a gestirci da soli — ma raramente abbiamo sperimentato quella co-regolazione emotiva che oggi sappiamo essere il fondamento della sicurezza interiore. L’autoregolazione, infatti, nasce dall’esperienza di un adulto capace di accogliere e dare significato alle emozioni del bambino.

Quando questa base manca, anche la conoscenza — per quanto utile — può trasformarsi in fonte di ansia e ipercontrollo. La consapevolezza, se non sostenuta da un equilibrio interno, non calma ma agita; non sostiene, ma appesantisce.

In questo senso, l’iperconsapevolezza dei genitori di oggi rappresenta anche un tentativo di riparazione: il desiderio di fare meglio, di dare ai propri figli ciò che è mancato. Ma per “fare meglio” non serve sapere di più: serve imparare a stare, a contenere e a nominare le emozioni proprie e del bambino, senza doverle sempre spiegare o risolvere.

Solo da questa capacità di autoregolarsi può nascere una genitorialità davvero consapevole, fondata non sulla performance ma sulla presenza.

1. Dalla sopravvivenza alla realizzazione

Per secoli, essere genitori ha significato garantire la sopravvivenza dei figli. Con l’avanzare del XX secolo, i cambiamenti sociali e scientifici trasformano questa visione. Grazie ai progressi della medicina e della psicologia, il bambino non è più visto soltanto come un essere da proteggere, ma come una persona in sviluppo, dotata di bisogni e potenzialità da accompagnare.

Le ricerche di René Spitz sull’ospedalismo e di John Bowlby sull’attaccamento introducono un nuovo paradigma: lo sviluppo psicologico del bambino dipende dalla qualità della relazione affettiva con chi si prende cura di lui. Il corpo non è più il solo oggetto di attenzione: entrano in gioco la mente, le emozioni e la reciprocità.

Da allora, il ruolo del genitore si ridefinisce: non solo chi provvede, ma chi sostiene lo sviluppo emotivo e cognitivo del figlio. Una trasformazione che, pur animata da un intento positivo, ha portato nel tempo a una crescente responsabilizzazione: il genitore è ora chiamato a “fare bene” in ogni ambito, dall’alimentazione all’emotività, dall’apprendimento alle relazioni.

L’amore inizia così a intrecciarsi con la competenza educativa e la genitorialità diventa uno spazio in cui famiglia, scuola, medicina e psicologia si incontrano. Non basta più che il bambino viva: deve svilupparsi nel modo giusto, crescere bene, crescere “felice”.

2. La centralità del bambino

Negli anni ’80 e ’90, con la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia (1989), il bambino viene riconosciuto come soggetto di diritti. Il genitore non è più colui che decide, ma colui che accompagna, ascolta e facilita.

Nasce il concetto di parentalità e con esso la convinzione — alimentata dall’idea dell’“infant determinism” — che i primi anni di vita determinino in larga parte il futuro dell’individuo. Questa prospettiva, pur basata su dati scientifici solidi, ha contribuito a diffondere l’idea che “non si possa sbagliare”, soprattutto nei primi 1000 giorni di vita del bambino.

Da qui nasce l’urgenza di prevenire, ottimizzare, monitorare: di “fare tutto nel modo giusto”.

3. L’era della genitorialità intensiva

La sociologa americana Sharon Hays (1996) definisce questo fenomeno come “genitorialità intensiva”: un modello centrato sul bambino, guidato dagli esperti, emotivamente e finanziariamente dispendioso. Il genitore diventa quasi un manager dello sviluppo infantile, incaricato di garantire il massimo potenziale del figlio.

Come osserva la ricercatrice Marie Cuykens (2023), “il genitore non è mai stato così circondato da esperti, eppure mai così incerto”. L’educazione entra così nella cultura della performance e del consumo: corsi di mindfulness per bambini, app di monitoraggio del sonno, podcast, libri e consulenze. L’aiuto, nato da buone intenzioni, si trasforma in un vero e proprio mercato della genitorialità, che vive anche della paura di sbagliare.

La psicologa Isabelle Roskam (2023) parla di “genitorialità sotto pressione”: la ricerca di perfezione porta spesso a colpa, ansia e, nei casi più estremi, a burnout genitoriale (Roskam & Mikolajczak, 2018).

Il paradosso è che, nel tentativo di “fare meglio”, molti genitori finiscono per perdere la spontaneità del legame. Come ricorda Edward Tronick (2007), la qualità della relazione non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di riparare: è nel ritorno all’incontro, dopo la disconnessione, che si costruisce la sicurezza emotiva.

4. Il rischio di perdere la competenza genitoriale

Nel tentativo di “fare tutto bene”, i genitori rischiano di dubitare del proprio intuito. Viviamo in una società del “rischio zero”, dove ogni decisione — dal cibo agli schermi — può diventare fonte di giudizio o di colpa. Più si cerca di controllare, più cresce l’insicurezza.

Come ha evidenziato la filosofa Elisabeth Badinter (2010), questa costante pressione alimenta una “colpa genitoriale contemporanea”: la sensazione di non essere mai all’altezza. Ma la genitorialità non è una competenza tecnica: è una relazione viva, fatta di errori, aggiustamenti e riparazioni.

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott (1953) lo aveva già espresso con la nozione di “genitore sufficientemente buono”: il bambino non ha bisogno di un adulto perfetto, ma di una presenza costante e autentica, capace di tollerare l’imperfezione e di restare accanto anche nei momenti di crisi.

5. Riprendere fiducia

Mettere in discussione la cultura della genitorialità intensiva non significa rifiutare la scienza, ma riconciliarla con l’esperienza. Come ha mostrato Belsky (1984), la qualità della genitorialità nasce dall’interazione tra genitore, bambino e contesto: non esiste un modello unico, ma un processo di adattamento continuo.

Le ricerche di Mikolajczak e Roskam (2020) confermano che la resilienza genitoriale non dipende dall’assenza di difficoltà, ma dalla capacità di accettare i propri limiti, chiedere aiuto e riformulare le aspettative. Essere genitori non è una prova da superare, ma una relazione che evolve, in cui l’apprendimento è reciproco.

Come ricorda Daniel Stern (1995), ogni relazione genitore-bambino è un “microcosmo relazionale” in cui le emozioni si costruiscono a due voci. E per Peter Fonagy (2002), la competenza genitoriale risiede nella capacità di mentalizzare, cioè di pensare e dare senso agli stati mentali propri e del bambino.

Riprendere fiducia significa allora trovare un equilibrio tra sapere e sentire, tra consapevolezza e presenza. Accettare che l’incertezza non è una mancanza, ma la condizione naturale dell’amore educativo.

E forse, come suggeriva Winnicott, proprio in questa imperfezione condivisa risiede la vera forza del legame.

Bibliografia

Prenota una consulenza